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Casale del Giglio


Oggi vorrei parlarvi della mia passione per i vini. E quando al cuore si colpisce… amore mio non ti scordar di me!


Martedì scorso sono stato al vernissage di AlbumArte, Spazio e Progetti per l’Arte Contemporanea dove l’azienda Casal del Giglio, della Famiglia Santarelli, tramite il brand ambassador Enrico Maria Concutelli, con grande passione e gentilezza spiegava per ogni vino che versava colore, struttura e vinificazione di quello che stava offrendo da degustare.


Il Casale del Giglio, un’azienda agricola di centottanta ettari di vigneto, si situa nella piana dell’Agro Pontino. In età remota queste piane erano ricoperte da un'estesa laguna che in seguito venne prosciugata, lasciando la terra molto fertile. Il Casale del Giglio s’incunea così in una terra vergine e senza un pesante passato enologico nel Comune di Aprilia e più precisamente nella località Le Ferriere, una frazione della Provincia di Latina.


La località Le Ferriere sorge nei pressi di Satricum, una città volsca, poi romana, situata presso il fiume Astura e dove nell’estate del 2004 è stato ritrovato il più antico reperto enologico dell’Italia centrale: uno skyphos (una profonda coppa greca per bere il vino) in argilla depurata, datato alla metà del V secolo a.C.


La famiglia Santarelli, originaria di Amatrice, opera nel campo vinicolo dal 1914, quando non c’era ancora il Casale (fondato nel 1967) ma che già commerciava vino nelle botteghe di Roma. In pochi anni furono ben dodici le insegne Vini & Olii che comparvero nelle vie principali di Roma, a partire dalla prima insegna storica sorta in Piazza Capranica 99, vicino al Pantheon, nel cuore della Città.


Il territorio dove sorge il Casale invece era tutto da esplorare dal punto di vista vitivinicolo così dal 1985, dietro autorizzazione dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Lazio, si diede vita ad un progetto di ricerca della qualità migliore di vino, in collaborazione con l’Università di Milano e il Centro Ricerca di San Michele all’Adige (Trento) da cui proviene l’enologo dell’azienda, Paolo Tiefenthaler.


I risultati delle ricerche sono stati convalidati dalla Comunità Europea con l’autorizzazione alla coltivazione di nuovi vitigni raccomandati.




I miei sensi sono così risorti. Da tempo non degustavo dei vini così decisi e delicati, ce ne erano per tutti i gusti! Ed Enrico mi ha fatto assaggiare cinque vini!

Tre rossi e due bianchi.


Il Petit Verdot è stato il mio vino d’abbrivio, il primo violino, un rosso: vitigno originario della zona del Médoc, in Francia, dove viene usato in percentuali variabili per la produzione di alcuni Bordeaux e come componente minore dell’assemblaggio di Merlot e Cabernet-Sauvignon, ma è molto esigente nella maturazione, la vendemmia viene effettuata tra la fine di settembre e la metà d’ottobre e nell’Agro Pontino ha trovato le sue condizioni ideali, dando ottimi risultati: ama infatti le zone caratterizzate da un clima e una terra caldi, dov'è molto soleggiato, costantemente ventilato dalla brezza marina e con scarse precipitazioni durante la fase vegetativa.


L’impatto col vino è stato Amore per il Colore, un rosso rubino con dei riflessi di luce viola, facendo roteare il piccolo baloon il vino s’è lasciato posare e la discesa dei residui lungo le pareti del bicchiere ha descritto degli archetti, denunciandone la struttura elegante e il corpo deciso. Portato al naso il profumo aveva intensi effluvi di frutti rossi ciliegia e vegetali, di mirto e ginepro; i tannini invece erano vellutati, dolci e morbidi, con una struttura elegante che si è arrotondata in bocca nel sapore (l’affinamento avviene in barriques per dodici mesi e in bottiglia per sei), lasciando da ultimo un delizioso sentore di spezia con delle note di pepe bianco.


Il turno è stato poi del Madreselva e dello Shiraz (vitigno d’origine persiana). 


I bianchi ho avuto l’ardire di non tralasciarli e destinarli per ultimi, pur sapendo di star tradendo una regola aurea. Ma c’era il Petit Manseng che mi strizzava l’occhiolino dalla cascata di ghiaccio dove v’era accoccolato che non ho resistito: molto intenso, minerale, sapido fresco, d’ottima struttura che forse per la permanenza dei lieviti mi è stato spontaneo accoglierlo in bocca. E poi… eccolo, lì intrepido e fiero quasi con antica tunica romana vestito, l’Anthium, ricavato dal Bellone uno dei vitigni a bacca bianca più antichi del Lazio, avendo molto vigore ha resistito benissimo alla siccità, riuscendo a garantire così equilibrio e ampiezza nella fragranza e nel sapore.


Oggi l’azienda Casale del Giglio offre una gamma di ventuno prodotti ( sette bianchi, otto rossi, un rosato, una Vendemmia Tardiva, tre grappe e un olio extra vergine).


Per farvi vedere più da vicino cosa tratta, v’invito nel loro sito.



Pier Paolo Piscopo

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