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“Una, nessuna e centomila” Identità di confine

Aggiornamento: 8 mag 2018


“È Maya il velo ingannatore, che avvolge il volto dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra, che egli prende per un serpente”  (Schopenhauer)


Uno, nessuno e centomila è uno dei romanzi più famosi nonché testamento letterario di Luigi Pirandello (1925), che racconta lo scoprire, attraverso lo specchio degli altri, il non essere visti come noi ci scopriamo e vediamo ogni giorno.


Ieri, all’Accademia di Ungheria a Roma si è inaugurata la mostra Una, nessuna e centomila, a cura di Daina Maja Titonel della galleria MAC Maja Arte Contemporanea, con l’esposizione di tre artiste Milica Cirovic, Kriszta Nagy x-T e Lucia Crisci sul tema dell’identità.


Ognuna di loro si è interrogata sulla percezione dell’identità, spezzettata nei riflessi che abbiamo dalla coscienza di noi stessi nella realtà che c’ingloba: Milica indaga una propria identità intima, dell’io, riflessa in un sé sublimato, vivendo e osservando se stessa nel fascino esercitato da altre identità; Kriszta interroga, osserva e usa la sua identità, come identità di genere; mentre Lucia rappresenta un’identità sociale riflessa e vissuta.


Ogni giorno decidiamo gli occhi in cui vogliamo far vivere la nostra immagine. Scegliamo di avvicinarci ad una immagine e cerchiamo di capire quale sia quella che più potrebbe rappresentarci. 


La follia deriva da una certa dura e inevitabile consapevolezza: lo choc identico di quando una mattina, nel suo letto, Gregor Samsa, ritrovandosi trasformato “in un enorme insetto immondo”, cercò di veicolare la propria scoperta agli altri.


Il superamento della frattura, della struttura identitaria dell’io, nella scomposizione riflessa dalle immagini che ci rimandano gli altri, dipende da quale identità noi sentiamo che rispecchiamo dentro; quale abbiamo pazientemente costruito e imparato a costruire. Solitamente, come tempo d’attesa, ci vuole una vita, dato che l’essere è in divenire e non è statico, subisce il tempo e se stesso al suo interno.


Allora, come s’intuisce nella fruizione della mostra, che percorriamo come tre stadi diversi dell’esistenza, in ogni sala acquisiamo tre diverse consapevolezze. Un passaggio evolutivo: l’io, il genere, l’altro. Chi siamo? Tutte e tre.




La collettiva riesce nella ricomposizione dell’Io, ognuna di queste artiste rimanda infatti un’analisi ed una ri-acquisizione.


L’occhio inizia a vivere interrogandosi sulla propria intima percezione del sé, passa attraverso la percezione come genere e si ricolloca in un identità d’insieme, nell’ambiente sociale e culturale in cui vive e si è sviluppato.


Milica, Kriszta e Lucia affascinano riuscendoci, risultato non scontato e affatto facile in una collettiva, a reggere l’unità e la centralità del tema, creando un’armonia nella sua fruizione e nello stesso tempo, senza conflitto, convivono mantenendo il proprio stile.

Attraverso questo diverso d’ognuna si riesce ad arrivare ad un’unità centrale del concetto.


Riprodotte le tre età dell’uomo nella loro identità, il fruitore è spinto a riflettere su se stesso ma in relazione all’altro.

Il conflitto interno all’Io porta al conflitto con il circostante.


La mostra propone così il tema attraverso l’utilizzo che le artiste fanno del proprio corpo e del mezzo fotografico.


Milica Cirovic (Belgrado, Serbia – 1984) presenta Amanti eterni in cui interpreta sette figure maschili che esercitano su di lei un forte fascino intellettuale ed estetico: Gian Lorenzo Bernini, Anthon Chekov, Fyodor Dostoyevsky, Albrecht Dürer, El Greco, Ivan Kramskoy e Rodolfo Valentino.


Una rimodulazione dell’identità condotta da uno degli effetti più intensi dell’eros: la spinta a fare. Diventare un tutt’uno con la persona amata. 

Un amore platonico verso uomini distanti nel tempo, di cui l’artista scopre il suo amore per il fascino che questi riescono ad esercitare su di lei attraverso una seduzione intellettuale e mentale, l’artista riscopre così parti della propria vita a cui non sapeva dare nome, concedendogli la propria identità fisica: il sapere si trasforma in amore e si fa corpo esso stesso. 





Kriszta Nagy x-T (Szolnok, Ungheria – 1972) presenta la serie Body writings e l’opera I am a contemporary painter, la pittrice e media artist ungherese si appropria del linguaggio e dei dispositivi usati nei mass media (manifesti pubblicitari, foto, pubblicità sui giornali), facendoci vedere riflessa quale sia l’immagine del corpo femminile e del ruolo della donna nella società odierna, sottolineandone provocatoriamente i modelli e i cliché che i media veicolano, ci fa sussumere un’identità non in quanto persona, veicolo di un concetto ma di un’oggetto veicolo di uno scopo.


Attraverso il proprio corpo esposto, l’artista utilizza coscientemente la sua femminilità per richiamare lo spettatore all’ossimoro che i media ogni giorno propinano, l’interrogativo che scaturisce è il capire se si sta fruendo l’immagine del concetto che lei come artista ci propone o il suo corpo che come donna ci esibisce!

Evidente il fatto che lo stesso medium, qui, diviene concetto.




Lucia Crisci (Roma 1981) espone infine la serie Ritratti in cui la sua sagoma, coperta di volta in volta da tessuti variopinti o a tinta unita, si stagliano s’uno sfondo cucito sulla stessa trama, sovrapponendo così identità di gruppo all’identità intima questa quasi si perde. 


Il corpo umano oggi, nelle sue forme, infatti, sembra tenere il passo con le esigenze dell’industria tessile e non il contrario.


L’identità allora viene fuori solo leggermente da quest’ordito nitido, da quest’immagine di pulizia del gesto, perfetta e sapientemente gestita nella suo stesso nascere; un’identità che riflette la società che viviamo, il nostro modo di stare dentro un “sistema” e nell’ habitus che assumiamo: l’omologazione-identificazione in una categoria, gruppo sociale o religioso, allo scopo di rappresentare con specifici criteri, il modello del mondo che vogliamo rimandare, come immagine di noi stessi.





Un comportamento forse innato che risponde ad un istinto difensivo. La maggior parte delle persone, infatti, vive con disagio il non avere la stessa opinione di chi è nel proprio stesso ambiente. Il compito dell’artista allora è proprio quello d’esplorare l’inconscio dell’uomo massa e non solo come individuo.


Mentre nel finale di Pirandello il protagonista sceglie di rinunciare a ogni identità, nel percorso di consapevolezza che le tre artiste lasciano comprendere, scostato il velo, è alla fine il venir fuori d’una presenza, positiva, un’anima fragile, per ognuno unica e irripetibile: la propria identità, oltre le sovrastrutture.


Pier Paolo Piscopo

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