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Ritratto della Scrittrice da Giovane di Virginia Woolf

Aggiornamento: 17 feb 2023

«Quando vedo una penna con dell’inchiostro non posso fare a meno di attaccarmici, come a certa gente capita col gin».

Virginia Woolf nacque il 25 gennaio del 1882 ed al Tuba Bazar, di via del Pigneto 39 a Roma, in occasione della ricorrenza del suo compleanno, è stato presentato il libro Ritratto della Scrittrice da Giovane (UTET libri) dove viene raccolto il suo epistolario dalla fanciullezza fino al matrimonio, dal 1896 al 1912.


Ne hanno parlato Nadia Fusini, critica, scrittrice e traduttrice italiana che ha curato il saggio introduttivo del libro e Sara De Simone, dottoranda in Letterature comparate alla Scuola Normale Superiore di Pisa, gli interventi sono stati intramezzati dalla lettura, di alcune lettere, dalla coinvolgente voce di Tolja Djokovic, attrice teatrale e dottoranda in italianistica all’Università di Roma La Sapienza.


Virgina Woolf era eccitante, travolgente ma anche malinconica, angosciata e ansiosa nel vivere e la vita non le risparmiò dispiaceri e sofferenze.


Impegnata nella lotta per la parità di diritti tra i due sessi e per il suffragio universale, insegnò per molto tempo alle operaie (come ha affermato nel saggio Le tre ghinee non si reputava una “femminista”, poiché riteneva che il termine fosse superato già negli anni ’30).


Di natura ribelle e anticonformista, la Woolf ammaliava con la sua capacità di parlare, con una voce originale, inconfondibile e sempre fuori dal coro. Un’apripista eccezionale che toglieva il fiato, ma con un cammino in fondo di solitudine che ha fatto di se stessa e del suo mondo interiore la sua opera artistica. Si trovava pochissimo a proprio agio nell’esistenza ordinaria: costellata di troppe regole e pochissimo amore. Aveva una forte capacità di entrare in contatto con il mondo dei sogni e delle immagini e rompeva le dighe dell’immaginazione, aspirando ad un senso ancora più alto, più collettivo, finendo poi per scontrarsi sempre di più con l’ordinario, esattamente l’opposto.


La sua era una proverbiale capacità di giocare con le parole e di trasformarle in tempio del pensiero.





I suoi genitori, entrambi vedovi, avevano entrambi figli di primo letto. Nel 1895 perse la madre. Solo due anni dopo morì invece la sorellastra, Stella. E nel 1904 il padre. Lei e la sorella Vanessa Bell subirono abusi sessuali da parte dei fratellastri.

Questo sicuramente influì sulle sue frequenti crisi depressive.


Oltre che con la sorella si scambiò la maggior parte delle lettere con Violet Dickinson, figlia di Edmund Dickinson, un medico reale inglese. Questa amica, scrive di lei Hermione Lee, professoressa di letteratura inglese presso l’Università di Oxford, “era un tipo tardo-vittoriano: una single gentlewomanbenevola e disponibile. Sembrava strana: estremamente alta, semplice, mal vestita e sgangherata… Era conosciuta per la sua generosità, la sua simpatia, le sue buone opere e piccoli gesti…”


Nel 1902 le due cominciarono a scriversi, quando Virginia ha vent’anni e Violet trentasette. Le scrive firmandosi “la tua amante”, “la tua capretta innamorata”, o con il vezzeggiativo “sparroy” (passerotto). La dimensione anche sessuale del loro rapporto può essere ricavata da frasi come: “E’ sbalorditivo quali profondità – profondità vulcaniche – il tuo dito ha agitato in sparroy” (lettera di Virginia a Violet, luglio 1903).


Nel 1912 sposò Leonard Woolf, un teorico della politica, e, prima di divenire la donna Lupo, ne chiede un gentile e riconoscente permesso alla sua cara amica.


Poi il 28 marzo del 1941, Virginia si riempì le tasche di sassi e si annegò nel fiume Ouse. Violet le sopravvisse di 7 anni, continuando una calda corrispondenza epistolare con Vanessa, la sorella di virginia.


La Woolf lasciò il marito con queste parole: “Carissimo. Sono certa che sto impazzendo di nuovo. Sono certa che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. Comincio a sentire voci e non riesco a concentrarmi. Quindi, faccio quella che mi sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la più grande felicità possibile. Sei stato in ogni senso tutto quello che un uomo poteva essere. So che ti sto rovinando la vita. So che senza di me potresti lavorare e lo farai, lo so… Vedi non riesco neanche a scrivere degnamente queste righe… Voglio dirti che devo a te tutta la felicità della mia vita. Sei stato infinitamente paziente con me. E incredibilmente buono. Tutto mi ha abbandonata tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare rovinare la tua vita. Non credo che due persone avrebbero potuto essere più felici di quanto lo siamo stati noi.”


Anche se queste ultime parole al marito mi toccano profondamente vorrei poter chiudere con altre che ritrovo in Una Stanza tutta per sé, saggio romanzato tratto da due conferenze tenute da lei nel 1928, dove, cito, sostenne che: "la mente umana è androgina, governata da due forze, una maschile e una femminile, lo stato più normale si ha quando tutte e due le forze vivono armonicamente insieme, cooperando spiritualmente. Nella mente ci dovrebbe essere una collaborazione tra la donna e l’uomo, prima che possa formarsi l’arte della creazione, deve essere consumato un matrimonio di contrari, la mente deve essere aperta, libera, in modo che non ci saranno più superiorità e inferiorità di reazione."




Pier Paolo Piscopo

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