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The Post, l’ultimo film di Steven Spielberg

Aggiornamento: 17 feb


“La stampa è uno strumento al servizio dei governati, non dei governanti”

The Post è incentrato non tanto sulla storia della pubblicazione dei Pentagon Papers, grande scoop del New York Times e solo in seconda battuta del Washington Post, la credo di contorno, il lago dove nuota l’anatra, il perno sul quele gira il film è invece la figura della donna vista in un posto di comando.

La citazione è una delle ultime battute di The Post nuovo film di Spielberg, il quale ne ha interroto un altro per aggiudicarsi la regia, sceneggiato da Liz Hannah, al suo primo film e Josh Singer, il quale sceneggiò sia Il Quinto Potere di Bill Condon (’13), incentrato sulla figura di Julian Assange sia Il caso Spotlight di Tom McCarth (’15) sulle indagini del quotidiano The Boston Globe, sull’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto molti casi di pedofilia.

I Pentagon Papers sono dei documenti top-secret (neanche l’allora presidente Johnson ne fu a conoscenza prima della pubblicazione) di 7000 pagine del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti che presentano uno studio approfondito sui rapporti del governo con il Vietnam nel periodo che va dal 1945 al 1967. Furono raccolti nel 1967, per volere di Robert McNamara, allora segretario alla difesa.

Kay Graham, interpretata da Meryl Streep, direttrice del Post, è la prima donna alla guida del quotidiano, in una società dove di norma i ruoli di potere sono ricoperti dagli uomini, che si ritrova nel 1971 (sotto la presidenza Nixon) a dover prendere una difficile decisione: pubblicare o meno dei documenti riguardanti segreti governativi sulla Guerra in Vietnam.



Se dovessi usare un’altra metafora l’importanza della libertà di stampa è il corpo, retto dalla spina dorsale che è la Graham; il film ci fa assistere a tutta l’evoluzione interiore che porta la donna a prendere la decisione di pubblicare il documento, mostrando come, dopo aver ereditato la direzione del giornale alla morte (suicidio) del marito (che la ereditò dal padre di lei!) è soggetta alle decisioni degli uomini che non la prendono molto in considerazione nelle sue opinioni, dandole poca fiducia; il film quindi segue il suo lento acquisire sicurezza su chi detiene il comando, mostrandone la progressiva presa di coscienza.

Daniel Ellsberg, assistente del gruppo contro-insurrezionale di servizio in Vietnam, inizialmente sostenitore della guerra, ne divenne oppositore per i danni arrecati alla popolazione civile, e nel 1969, cominciò a fotocopiare il dossier. Nel 1971 consegnò questo materiale al Times sotto il nome di Pentagon Papers.

Il Foglio con un articolo di Giuliano Ferrara ha ragione nello scrivere che nel film a Daniel Ellsberg spetta solo un ruolo di testimone ma il film non omette il fatto che fu il Times ad uscire per la prima volta, per questo la trama protagonista credo sia sviluppata intorno alla figura della donna-manager, sulla sua determinazione, coraggio, senso del ruolo ricoperto e degli affari.

Kay Graham, anche se compare in molte meno scene, riesce a mettere in secondo piano il capo redattore Ben Bradlee, interpretato da Tom Hanks, che ha lavorato sulla pubblicazione di quei fogli e insistito perché il giornale li pubblicasse.


Ovviamente il lavoro complesso sui Papers, cui giornalisti del Timesdedicarono tre mesi, il film li pone in secondo piano rispetto ai pochi giorni in cui vi lavorò il Post.

Altro aspetto da notare è che il Post stava allora cercando di raccogliere nuovi azionisti a Wall Street ed era condizionato perciò dai propri rapporti con l’élite sociale e politica, incluso lo stesso ministro McNamara, amico di famiglia della direttrice Graham, che tuttavia si scoprirà sensibile alla logica giornalistica, quando la Graham lo avvertirà che sarebbero rimasti amici ma che avrebbe dovuto distinguere l’amicizia dal suo lavoro pubblicando il dossier; lei gli dice “non sti chiedendo il permesso, ti sto avvertendo!”.

Mi è piaciuta la trovata di Spielberg di usare la vera voce di Nixon, registrato mentre si adirava per la stampa.

Però l’avvocato James Goodale, che difese il Times in tribunale all’epoca e convinse l’editore Arthur Ochs Sulzberger che il Primo Emendamento lo avrebbe protetto dall’accusa per aver pubblicato informazioni segrete, ha giudicato il film “cattiva storia”:

fu il Times infatti a vincere il premio Pulitzer per il ruolo avuto nella vicenda e non il Post, esattamente come poi il Post non condivise con il Times il premio ricevuto per il ruolo avuto nella storia dello scandalo Watergate che s’aprirà immediatamente l’anno dopo, travolgendo Nixon (raccontato nel film di Alan Pakula, Tutti gli uomini del Presidente).

L’atmosfera del film è retrò, anni ’60 e il ritmo è cadenzato, lento ma non noioso, sui dialoghi è costruita la trama del film e seguono lo sviluppo dei personaggi e la storia che vanno ad interpretare; sono la chiave per capire perché il film è stato girato.

Bella la scena che mostra le rotative in azione che svettano come colonne tortili nelle enormi stanze tipografiche, prima dell’avvento dell’informatica e la composizione della matrice quando veniva ancora realizzata per mezzo di monotype o linotype manualmente.

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