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Banlieue tra emarginazione e integrazione. Un saggio per conoscere il mondo dell’immigrazione


L'originale dell'articolo, tratto da CulturaMente, lo potete trovare qui!


"Banlieue tra emarginazione e integrazione per una nuova identità di Pier Paolo Piscopo, è un libro che dovrebbero leggere tutti. Specie coloro che si addentrano in facili e banali dissertazioni sociopolitiche sull’immigrazione.


Il libro, edito da il Formichiere nella collana Storia e Territorio, è uno strumento essenziale, per chiunque intenda affrontare e comprendere il fenomeno, unico nel suo genere, delle periferie francesi e non solo.


Un saggio che approfondisce anche il problema dell’immigrazione e della mancata integrazione di molti stranieri nelle città europee; che analizza, con ricchezza di contenuti, quel particolare mondo delle banlieue, la cui storia affonda le radici addirittura nel Seicento.


A partire da questo secolo intorno alle fabbriche sorsero luoghi miserevoli e disumani. Questi accolsero non solo i coloni provenienti dalle campagne, ma anche i primi migranti che arrivavano in Francia in cerca di lavoro.

Una tendenza, quella di creare delle aree dove parcheggiare temporaneamente gli immigrati, che nel corso dei secoli si è rafforzata.


«Spazi urbani», come gli scrive nella prefazione la professoressa Donatella De Cesare, «votati all’integrazione e consegnati invece a ogni forma di violenza.»





La Francia è sempre stato un punto d’approdo per l’immigrazione, al contrario di altre realtà europee, in primis dell’Italia.

Dal nostro paese, infatti, per molto tempo si è fuggiti.


L’immigrazione da noi, pur presente, è stata solo di natura interna; dalle zone più povere del sud si partiva verso i grandi centri industriali del nord Italia.

Solo in Francia poteva affermarsi «una sorta di sedimentazione dell’immigrazione e di mancata integrazione dove la mobilità sociale è bloccata.» Banlieue tra emarginazione e integrazione, è un’analisi a 360° sul fenomeno francese che sviscera in maniera superba la nascita e la trasformazione delle banlieue dal punto di vista sociale, politico e architettonico.


Un mondo che rapidamente si evolve, o sarebbe meglio dire involve, anche in virtù della dilagante crisi economica della società post- industriale, che rende le banlieue, brodo di coltura per la violenza di ogni genere, anche di tipo terroristico.


Particolarmente interessante è la parte dello studio dedicata alla realtà femminile delle banlieue e al tema dello Hijab, il tradizionale velo islamico.

Fin dal 1936 è stato oggetto di discussioni accese e di specifiche leggi sull’opportunità, ma anche sulla liceità di indossarlo o meno. Oggi lo Hijab, in virtù anche di effetti talvolta deleteri di alcuni divieti, più che un precetto religioso (il Corano non lo prevede) è diventato un simbolo identitario.


Il bel saggio di Piscopo non analizza solo il fenomeno francese.

Emerge anche la realtà migratoria di altri stati europei fra cui la Germania, la Gran Bretagna e, ovviamente, l’Italia.

Da noi il problema dell’immigrazione non ha ancora scatenato veri e propri conflitti urbani. Tuttavia in più contesti le istanze delle cosiddette seconde generazioni stanno emergendo.


Si tratta di rivendicazioni legittime che, però, dividono la politica ma anche la società italiana.


Un libro che ha il merito di affrontare temi delicati e sempre più drammaticamente attuali con rigore scientifico, senza cadere in facili tentazioni populistiche, sull’onda emotiva della cronaca.


Come scrive Giuseppe Civati nella postfazione, bisogna «diffidare dell’essenzialismo di chi considera in blocco la questione, come se fosse la stessa in ogni luogo e in ogni Paese.»


L’immigrazione, al contrario, è una realtà complessa e articolata, fatta di contesti culturali, politici e anche amministrativi.


La lezione che si ricava dalla lettura di questo saggio è comprendere come dalla diffidenza e dagli stereotipi, nutrimento ideale dell’odio razziale, nascano prevalentemente dal mancato contatto e dal non conoscersi e riconoscersi.


Una pacifica convivenza si ottiene se nessuno dei due gruppi si sente costretto a rinunciare alla propria identità per sentirsi integrato."


Maurizio carvigno

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