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Discorso al Meddowntown Festival a Prato: come è nato il libro! Parte 1

Aggiornamento: 18 mar 2019


Buongiorno e grazie di avermi invitato. Mi fa piacere essere a Prato, dove ho passato i miei primi anni di vita. Mi sento un po' come se fossi a casa.


Faccio un piccolissimo preambolo. Inizio da qui: ho una predilezione per il disagio. Per tutto ciò che è a margine. Estromesso. Extra. Sono attirato da tutto ciò che mette in crisi il pre-determinato. La certezza. Tutto ciò che pone difficoltà. Che crea dubbio. Che indispone, ma che nello stesso tempo sono gli stessi aspetti che contraddistingueranno le società del futuro.


"Banlieue. Tra emarginazione e integrazione per una nuova identità" nello specifico nasce dall'interessamento per la globalizzazione e l'immigrazione, quali conseguenze e quali realtà determinano come fenomeni, interagendo tra loro, ognuno causa e conseguenza dell'altro? Prendendo il caso particolare francese, nazione figlia di un ex impero con le sue colonie, i suoi benefici e i suoi fantasmi e un fenomeno migratorio, affrontato un centinaio d'anni prima di noi, ho potuto avere uno degli scenari possibili che possono accadere, se non prendiamo provvedimenti, evitando gli errori fatti.


Nel 2014 ritornai in Francia. Ero nei quadranti periferici a nord ed est di Parigi, Dipartimento 93 e 94, dopo una prima esperienza Erasmus nel 2012.


Feci la mia inchiesta, le mie interviste, chiesi i permessi per accedere all'archivio dei quotidiani nazionali, una buona ricerca, fatta bene: ero soddisfatto. Me ne tornai in Italia.


Che successe? Mentre stavo analizzando il materiale raccolto sul campo, studiando questa sedimentazione di culture altre, migranti. Cosa comportano? Cosa producono? Quali insegnamenti possiamo trarre? Quali errori non dobbiamo commettere? Nel 2015, fecero comparsa sulla cronaca gli attentati terroristici effettuati in nome di un proclamato Stato islamico, che tra la Siria e l'Iraq stava conquistando territori su territori. Gli attentatori erano tutti ragazzi tra i 17 e i 30 anni, di seconda generazione, (G2) banlieusard, vale a dire provenienti dalle banlieue, che si dichiaravano appartenenti al sedicente Stato. Ritornai a vivere in banlieue.


Le banlieues non sono periferie ma comuni veri e propri, aggrappati all'armatura urbana delle più grandi città francesi che presentano continuità edilizia e d'infrastrutture con le stesse, tanto da far credere d'essere sempre nella stessa città.


Uso il nome generico di "banlieue", perché per capire il fenomeno non ho mai abitato in un solo comune. Ne ho girati parecchi e sempre con Couchsurfing. In questo modo potevo entrare direttamente a contatto con i locali, avendo utili informazioni su camere libere avrei potuto prenderle in affitto per poche settimane, potevo essere libero, cambiare continuamente, abitare ovunque.


Dal centro di Parigi fino alle banlieues e spostandosi tra una e l'altra si può camminare per ore senza capire dove finisce una e dove inizia l'altra. Le banlieues sono immense distese di cemento periferico: casermoni e complessi edilizi giganteschi che non incontrano mai la campagna, lo spazio limite che di solito serve all'occhio per distinguere un comune da un'altro e frapporsi.




Dobbiamo smettere di costruire periferie. Le città sono piene di questi luoghi dove il centro non è più centro e la campagna non è ancora campagna. Invece di continuare ad espanderli così, dobbiamo intensificare i nostri centri urbani, fecondando e fertilizzando le periferie. Ovunque ci sono grandi buchi neri da recuperare e trasformare, in modo che questi sobborghi diventino luoghi di civiltà, non solo posti dove si va a dormire.
Renzo Piano


L'essere diverso tra uguali. L'extra-comunitario è un extra, un extra comunità, un fuori dalla comunità, che pure vorrebbe entrarci. Un fuori della porta della casa di una famiglia, perché fuori è in pericolo, fa freddo, ha fame, ha paura. Il fuori, dove l'identità e ciò che non si conosce, è ridotto a stereotipo!


Questo diverso è un elemento scomodo per le nostre coscienze ma sarà determinante.


Ecco perché per capire il futuro guardo a ciò che è periferico, ciò che è a margine, ciò che è extra. La Storia mi è testimonianza, nella storia il piano si è sempre ribaltato: il fuori è diventato dentro, quello che non è è divenuto ciò che è, la periferia è diventata centro.


Basta pensare ai movimenti storici, artistici, culturali o semplicemente al cambiamento di censo. Le avanguardie sono divenute correnti borghesi, accademiche. I rivoluzionari i nuovi dittatori. La borghesia come classe mercantile subordinata è divenuta classe egemone: le multinazionali oggi hanno più potere dei Capi di Stato e tengono in mano le sorti del pianeta. L'economia è diventata la nuova politica.


La migrazione così da fenomeno si è trasformata in soggetto concettuale, un soggetto politico, di diverso tra eguali.


Quando uso la parola politica non intendo quello che succede all'interno dei palazzi delle Istituzioni, ma uso il termine nella sua accezione più vasta. Lo stesso per la parola periferia. Le periferie come luoghi periferici del pianeta, dei continenti, delle nazioni, delle città ed infine della mente.


Il migrante, abitante periferico, del margine, così, diviene soggetto filosofico, corpo politico, il migrante è puro concetto rivoluzionario. Mette in crisi il concepimento del nostro livello standard di benessere. Mette in crisi il diritto naturale alla libertà innata dell'uomo a muoversi. Lo Stato-nazione. Il nostro modello capitalistico-consumistico del vivere quotidiano. I nostri valori. Mette in crisi la nostra coscienza giudaico-cristiana.


La migrazione è un diaframma, un paradigma dal quale guardare la realtà, una chiave di volta, sociologica e culturale.


Le periferie sono il posto in cui i problemi che si dibattono sul piano nazionale sono reali, se ne sente pulsare il battito: la disoccupazione, le tensioni tra le diverse comunità, la lontananza dalle Istituzioni.
Marc Augé

Queste periferie stanno divenendo i ricettacoli della nuova Europa, piene dei nodi di un sistema economico e politico che sta scricchiolando, di cui al centro ancora non se ne avvertono i cedimenti strutturali ma in periferia si.


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