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La meccanica dell'immigrazione: la filiera alimentare

Aggiornamento: 14 mag 2019


La teoria del caos è studiata attraverso modelli propri della fisica matematica, la prima caratteristica del caos è la sensibilità esponenziale rispetto alle condizioni iniziali.


"Il battere delle ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas."
Edward Norton Lorenz

Altra caratteristica del caos è la transitività topologica, vale a dire che quando un sistema evolve nel tempo, ogni data regione interessata da determinati fenomeni è possibile che si sovrapponga con qualsiasi altra regione, incorrendo in simili disposizioni; è possibile che l'andamento caotico sia confinato solo in certe regioni di uno spazio, ma solitamente un largo insieme di anche minime configurazioni iniziali, tende a coinvolgere sempre più regioni.


Il punto da studiare è il punto di accumulazione, il punto in cui un sistema diviene caos: il punto dove si convogliano più punti determinanti problemi simili subiscono il raddoppiamento di un periodo critico e generano la crisi.


Possiamo adagiare la teoria del caos in matematica su qualsiasi fenomeno, al fine di scongiurare che diventi problema.


In questo articolo si vuole dimostrare come la trascuratezza e il non interessamento ad alcuni punti critici del sistema possa portare sempre di più ad una spirale degenerativa, producendo quello che in matematica si chiama caos: un punto di non ritorno ad una situazione precedente.


Ora, come in qualsiasi sistema auto-generante, il nostro pianeta è interconnesso da un insieme dipendente di forze e reazioni, pari e contrarie; per inquadrare un punto critico allora non possiamo esimerci dall'analizzarlo da più punti di vista.


Con scienze dell'alimentazione, vediamo possiamo inquadrare un altro spicchio della realtà studiata da teorie dell'immigrazione, ma qual è il nesso: tra il maiale arrosto servito in un ristorante di Pechino e un barcone di profughi che tenta il Mediterraneo?


Arriviamoci con calma...


Gli animali sono sempre stati parte integrante di un sistema organico e interdipendente con l’agricoltura, una volta pascolavano sui campi che rivitalizzavano, concimando era un sistema che si definiva "ciclico". L’allevamento intensivo è invece un classico caso di economia lineare che consuma carburante e produce scarti.


Gli scarti sono i liquami animali che non possono essere usati come concimi, perché sono troppo concentrati in alcuni luoghi e pertanto devono essere smaltiti.


Il carburante poi è utilizzato per produrre foraggio e questo alimentare il bestiame.


Oggi un terzo delle terre arabili è occupato da colture destinate ai mangimi animali. Ogni volta che ti mangi un Chicken McNuggets stai portando via un pezzo di Amazzonia. Sono le cosiddette “esternalità negative” che non sono conteggiate nel prezzo pagato dal singolo consumatore, ma che ogni singolo consumatore paga in quanto abitante di un eco-sistema che si deteriora."
Tony Weis

Il rapporto tra allevamenti intensivi e grandi monocolture è quello che gli uni non esisterebbero senza le altre.





Sul pianeta vengono uccisi ogni anno 70 miliardi di animali per il consumo alimentare. Nel 1960 questa cifra era sette volte inferiore. Se il consumo di carne seguisse l’attuale traiettoria, nel 2050 verranno uccisi 120 miliardi di animali d’allevamento all'anno.


Questa produzione intensiva ha un impatto sull'ambiente: dalla deforestazione e ricordiamo che gli alberi assorbono CO2 ed emettono CO2, all'enorme consumo di acqua e carburante che richiede un coltivazione per la produzione di un chilo di carne, al cambiamento che subiscono gli ecosistemi interessati.


Se nel 2050 si raggiungerà la cifra di 120 miliardi di animali per nutrirli bisognerà impiegare due terzi delle terre arabili del pianeta. Bisognerà allora produrre e consumare in modo diverso e andrà rivisto anche l'aumento costante dell’uso di proteine animali.


Se la crescita dei consumi di carne può portare l’arricchimento di un gruppo di multinazionali e aziende, gli effetti di questa iper-produzione pesano sull'ecosistema generale e quindi sul nostro livello di vita e di quello delle generazioni future.


Allora un chilo di maiale mangiato in Cina può deforestare un ettaro di Amazzonia? Sì.


Non solo, gli effetti si avranno sul cambiamento climatico e sociale: i piccoli contadini saranno espropriati delle loro terre e della loro economia e potranno trovarsi costretti a spostarsi verso i nodi economici dell’emigrazione internazionale; far aumentare la temperatura del pianeta, portando alla desertificazione di una particolare regione con la conseguente scarsità di acqua, potrà portare ad una guerra per le risorse, che in parte già avviene, causando sempre più sfollati e flussi migratori.



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