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Recuperare la nostra identità

Aggiornamento: 24 nov 2018


E' bello essere propositivi, questo lo dico per me, così recuperare il contesto culturale dal quale veniamo, in quest'epoca, lanciata nell'immanenza di dati facilmente fruibili quanto evanescenti: poco rimane impresso nella memoria: sembriamo dei alati che non gli è dato, o a cui non occorra, fermarsi su niente.


Nessuno ha mai tempo. Sarebbe invece interessante tornare a raccontare in arte e trasmettere le nostre radici culturali, come gli antichi erano soliti, sotto forma di miti, simboli e allegorie.


Una volta per insegnare si usavano i grandi arazzi, gli immensi dipinti, le dolci quanto ipnotiche, melancoliche statue imponenti e le sinfonie e le melodie da camera, i poemi, le prose.


Gli artisti che operarono nelle corti, come sodali di papi e regnanti (stessi interessi ma gli uni avevano l'estro gli altri il denaro... la committenza non si paragona allo spirito con cui viene fatta l'opera, anche s'è fuor di dubbio il contrasto con quanto affermato qui) hanno dato all'Europa e agli europei una stessa cultura e una stessa identità. Siamo simili con delle differenze maturate, ne sono convinto, dalla posizione geografica.


Pensate a quanto abbiamo attinto dalla Grecia. Pensiamo a quanto abbiamo attinto dalla Francia, dalla Germania, dall'Inghilterra, dalla Spagna, dalla Polonia, dalla Repubblica Ceca, dalla lontana Russia. Pensiamo quanto abbiamo dato noi agli altri. Talmente che questo patrimonio è divenuto non più nostro ma di tutti, è divenuto patrimonio dell'umanità. L'Umanità. Le opere d'arte hanno fatto si che si stratificasse nel tempo, per diffusione, un simile patrimonio culturale e del diritto.


Tutte le grandi culture sono sorte da forme di incrocio di razze. Günter Grass

E l'Europa si è fatta forza su questo nei secoli, grazie alle sue radici profonde, di una grandezza inestimabile; ci sono opere di cui gli originali oggi non hanno prezzo; non possono essere comprate, sono patrimonio dell'umanità.



Ratto di Europa, Guido Reni, 1640, olio su tela (174 x 129 cm), National Gallery di Londra

Sotto committenza del Re Vladislao IV Vasa, re di Polonia, Guido Reni (emiliano) raffigura il rapimento della principessa fenicia Europa, da parte di Zeus: per averla prese le sembianze di un toro e dal loro rapporto nacque Minosse, Radamanto e Sarpedonte, sovrani e sapienti legislatori che segneranno l'incipit della stirpe europea. Eros intreccia un gioco di sguardi con Europa e lei è in un’espressione rapita, estatica, misticheggiante, quasi ad abbandonarsi a quello che le sembra il suo destino.



Ratto di Europa, Simon Vouet, 1640, olio su tela (175 x 138 cm), Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza

Vouet (parigino) dipinge, nello stesso anno, l'attimo prima del rapimento, quando Zeus, ride e scherza con le ancelle della principessa ed i putti (compiacenti) passano loro ghirlande di fiori. L'atteggiamento delle vergini è tanto di gioia che di paura. Traspare sensualità e sentimento con una pudicizia meno velata di quella di Reni. Anche qui la postura fonde il mito classico nella spiritualità cristiana.


Ho fatto due esempi. Ma ce ne sarebbero migliaia. Gli artisti europei lavoravano sugli stessi temi, lo hanno fatto sempre, questo simboleggia quanto siamo vicini; un domani, con un sistema fiscale/bancario e un mercato del lavoro, con relativa legislazione, unici, lo saremo sempre di più. Siamo tutti fratelli della stessa madre, nel corso dei secoli ci siamo allontanati ma stiamo ritornando insieme.


Non siamo più inglesi né francesi né tedeschi. Siamo europei. Non siamo più europei, siamo uomini. Siamo l’umanità. Non ci resta che abdicare dal più grande degli egoismi: la nostra patria.
Victor Hugo

Per recuperare le radici dell'identità e formare il popolo europeo sarebbe interessante che gli artisti tornassero ad occuparsi di temi classici per rappresentare i tempi moderni, ricercarne la fusione. Perché, guardate, che un soggetto mitologico, storico o religioso non racconta solo una storia, ma insegna e tramanda valori, sentimenti, concetti che, se non sono imperituri come l'anima, e anch'essi evolvono, allora lo dobbiamo raccontare.


Pier Paolo Piscopo


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