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Meta-Phora, dal fisico al morale di Emmanuele De Ruvo


Il lavoro di Emmanuele De Ruvo (Napoli, 1983) esposto alla galleria Montoro12 Art Gallery di Roma fino al 23 giugno riguarda lo studio e l'applicazione oltre che dei canoni estetici classici, di leggi fisiche, matematiche. Trovando in questo connubio focale l'essere perfetto della pulizia di un gesto, l'essenzialità di poche linee. Il punto d'equilibrio: un punto di non ritorno. Questo punto d'equilibrio non è lo stadio "normale" delle cose, ma una normalità alterata. L'equilibrio paradossalmente s'inscrive perfettamente nel concetto che cos'è la realtà. La realtà della vita infatti si regge in equilibrio, perché non segue né criteri logici e razionali, mantenendosi in una situazione stabile in quella che potremmo appellare semplicisticamente come "normalità" né cade e si frantuma, spezzando la vita e determinandone la fine. La realtà è in equilibrio.


Purtroppo la logica è imperfetta per definizione, manca del cuore, l'emotività che produce caos, bilanciato dal caso.


Ecco perché il destino di ogni vita, o meglio il destino di ogni situazione, perché la materia non perisce si trasforma, mentre la situazione è unica, è quella di reggersi in equilibrio tra la nascita e la morte, tra l'inizio e la fine. Ogni vita, ogni nascita è stata determinata dall'assoluto caso.


E' un caso che io sia nato come io, mio io cosciente e lo spermatozoo di mio padre sia quello che ha inseminato mia madre e non abbia fecondato l'ovulo di una donna palestinese, stretta in 360 km² di superficie, popolata da circa 1 milione e passa d'abitanti di etnia palestinese nella Striscia di Gaza, occupata da Israele che controlla lo spazio aereo e marittimo, la frontiera terrestre e il movimento di merci e persone dentro e fuori dalla Striscia. La quale striscia "vanta" la più alta concentrazione di popolazione al mondo. E' un puro caso.


Mentre non è un caso, ma una legge ferrea e naturale che ciascuno sia nato e cresciuto con delle pre-qualità, prefigurate da delle precondizioni genetiche, intellettuali, ambientali, economiche e culturali scatenate dal caso. Non siamo artefici di nulla, non abbiamo che il merito di pochissimo, vale a dire di quell'equilibrio che ci permette di non buttare le opportunità che ci sono state date in potenza di attuare. Non disperdere al vento.


Il lavoro di Emmanuele De Ruvo elimina il caso nel suo donare l'equilibrio, ma lo ammette. Indagando la realtà sociale contemporanea, nel suo punto di non ritorno ne esemplifica la percezione che ne ha e che restituisce.


La realtà, prestante, paziente e un poco divertita, è snocciolata analiticamente da chi fa il mestiere dell'intellettuale come De Ruvo: dal latino INTELLEGERE, composto da intus, entro e legère, raccogliere, scegliere, è come sgranare un rosario, la preghiera contemplativa del tutto. Nell'analizzare qualcosa n'è insito un mistero e la sua meditazione cosciente.


La facoltà dell'anima di formarsi delle idee generali, dopo aver distinto e criticato, sgranato mediante il giudizio è l'atto intellettuale dello scegliere qualcosa e non subirla; essa è posta tra la materia di cui ha forma e lo spirito di cui ha memoria. L'equilibrio è il suo significato e lo si ottiene tramite l'atto del togliere, come si sgranano i grani, i semi dai baccelli delle piante leguminose. Lo scegliere implica un togliere.


De Ruvo intende lo spazio dell'immagine, non più come contenitore ma come un campo dove forze visuali lottano, distendendosi e occupando frammenti di questo spazio. Concavi invisibili sembrano tagliati da convessi materici prepotentemente, tramite forbici immaginarie che ritagliano nello spazio figure che l'artista lascia in mano al fruitore, al loro destino, in una spettacolarizzazione estatica del pieno e del vuoto, del perfetto e del distrutto, del passato e del presente, togliendo e dando vita nuova. Nuova forma, nuovo concetto, nuova realtà.


Come se De Ruvo avesse vestito i panni di un demiurgo e dalla lotta azionata tra pesi di forze e masse contrapposte, trovato l'equilibrio, avesse così riprodotto la lotta spirituale che ciascuno uomo compie, quando si trova tra forze e morali opposte, vissuti, presenti e dubbi, al fine di trovare una sintesi, un'evoluzione della propria personale rivoluzione, detonatore di un nuovo equilibrio. Quindi di una nuova realtà.


L'equilibrio è il cuore. Il fulcro. Il desiderio. L'u-topos, il non-luogo di trovare altro luogo. La vita è una tensione continua verso il proprio centro. Quanto cammino per giungere alla meta, al significato che riponiamo, ciascuno diverso, alla nostra esistenza?


La domanda allora che De Ruvo sembra porci è: dato che è il cuore il fulcro di chi siamo, potremmo mai essere vittime di un cuore che non abbia ponderato tutte le possibilità e conseguenze di una scelta? Una rovinosa, prossima, futura caduta che oggi come oggi non ci sembra possibile? Quando questo centro, il cuore, sarà più maturo nel suo cammino verso se stesso, potrà mai pentirsi di quello che ha scelto in uno stadio precedente del suo cammino? Il cuore ha tempo? Il cuore cambia?


Il cuore ricordiamo è il punto focale del limite tra due forze, lo stare e l'andare, il vivere e il cadere ed è anche metafora di un equilibrio concettuale che l'artista usa come denuncia sociale, espressione dei mali e delle ipocrisie che attanagliano il mondo. Giovanni Sartori, noto politologo, scrisse: "fornisci denari e otterrai catene".


La chiave della libera espressione per un artista è sempre la stessa, da secoli. Fondamentale non è dove arrivi, ma come ci arrivi, il percorso che scegli per giungere alla tua meta. Denunciare "i sistemi di controllo della società contemporanea e la conseguente creazione e imposizione del limite" significa raggiungere un'unità centrale, la forza della vita. Il condizionamento a livello di massa, basato sullo sfruttamento delle emozioni e dell'ignoranza, determina il controllo e l'indottrinamento sulla base del bisogno, non più sulla base dell'equilibrio.


Affinché un'equilibrio interno si generi è indispensabile che l'individuo rimanga "fermo", in virtù dei suoi valori. Consapevolezza, umiltà ed empatia sono tre templi all'interno dei quali risplendere.





Pier Paolo Piscopo



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