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“Un mondo a parte” all’Istituto Polacco di Roma

Aggiornamento: 17 feb 2023

Un mondo a parte di Gustaw Herling Grudziński, riedito da Mondadori 2017, è un libro di memoria e testimonianza sui campi di lavoro comunisti-sovietici e ieri nel Lungotevere dei Mellini, nel palazzo Blumenstihl, rione Prati, è stato presentato all’Istituto Polacco di Roma.


Gustaw Grudziński è stato due anni internato nel sistema gulag e Inny świat. Zapiski sowieckie venne pubblicato nel 1951, ben prima di Arcipelago Gulag il famoso saggio di inchiesta di Aleksandr Solženicyn che solo nel ’73 venne alle stampe.


Sono intervenuti fra gli altri Francesco Cataluccio, saggista che ne ha curato l’introduzione, Helena Janeczek, giornalista e Luigi Marinelli, polonista della Sapienza.


Durante la spartizione della Polonia tra la Germania nazista e l’Unione Sovietica, Gustaw Herling  fu catturato nel marzo del 1940 dall’NKVD (Il Commissariato del popolo per gli affari interni; polizia segreta) a Leopoli (oggi ovest Ucraina).


Internato in un gulag nell’oblast’ di Arcangelo (estremo nord della Russia europea) fu liberato soltanto due anni dopo, nel 1942.


Impossibilitato a rientrare nella Polonia comunista visse tutta la vita in esilio, tra Roma, Londra e Napoli, dove nel 1955 si sposò con Lidia Croce, la più giovane delle figlie di Benedetto Croce.

Nel 1953 l'originale polacco del 1953 fu pubblicato da una casa editrice dell'emigrazione polacca a Londra, dove due anni prima, era stata pubblicata la versione inglese (con prefazione di Bertrand Russel), uscendo prima la riproduzione dell'originale ma fu ufficialmente tradotto solo nel 1988, a 35 anni dall'edizione inglese. In Francia non trovò una casa editrice sino al 1985.


La casa editrice Laterza, ove Benedetto Croce era molto influente, avendone contribuito a tracciarne la linea editoriale, fu la prima a pubblicarlo in Italia nel 1958 ma a quanto riportato dall'autore stesso "controvoglia e con pochissima diffusione".


Oltre che una testimonianza documentata è quasi un romanzo di formazione (bildungsroman) perché osserva dal di dentro un’evoluzione, raccontando emozioni, sentimenti, azioni viste nel loro nascere e ricalca l’inutilità e la “banalità del male” (Arendt), riportando alla mente, da Primo Levi in Sommersi e Salvati, la “sofferenza inutile”.





La parola “gulag” spesso viene usata impropriamente. “GULAG” è l’acronimo di “Glavnoe Upravlenie ispravitelno-trudovykh LAGerej” (Direzione principale dei campi di lavoro correttivi) non è sinonimo di lager, perché non era un singolo campo ma al contrario un’amministrazione centrale che si occupava di tutti i campi.


Infatti, Primo Levi, parla correttamente di lager nazisti e lager sovietici.


Sarebbe profondamente stupido (oltreché inutile) stabilire quale tra le due realtà (lager nazisti o comunisti) sia stato peggiore, ma, ricordare alcune differenze per inquadrarne il contesto politico è interessante.


Il sistema concentrazionario nazista puntava all’annientamento incondizionato e programmatico di interi gruppi etnici, seguendo un criterio prevalentemente antropologico-razziale, retto da efficienza burocratica e divisione del lavoro, utilizzando una tecnica dell’industria all’avanguardia.


La finalità sovietica era l’eliminazione degli avversari politici, con criteri arbitrari sociopolitici (le vite erano prese anche per piccoli sospetti o gelosie, ricompense, scatti di carriera, terrorizzando per moltissimi anni la popolazione sovietica) tramite lo sfruttamento produttivo per la modernizzazione dell’economia e della società, con pochissima organizzazione e una tecnologia arretrata.


Qualcuno ha parlato di una maggiore speranza di uscire dal gulag. Agli ex detenuti però era poi proibita una vasta gamma di occupazioni e molti avevano perduto oramai, dopo anni d’internamento, le precedenti capacità lavorative e i contatti sociali; pertanto, dopo la liberazione, molti di loro decidevano volontariamente di diventare “liberamente insediati”.


Alla presentazione l’Istituto Polacco ha coronato l’evento con due pianisti d’eccezione, Małgorzata Zarębińska e Piotr Grodecki, che a quattro mani ci hanno accompagnato e deliziato con alcuni pezzi di Ignacy Jan Paderewski(pianista che nel 1919, per un anno, nella Polonia da poco indipendente, fu anche Primo ministro), Maurycy Moszkowski, Artur Malawski (compositori del primo novecento) e Michał Gronowicz.


Non credo che atmosfera più densa si fosse potuta raccogliere in maniera più degna ieri, in questo magnifico palazzo, la musica dei quattro compositori ha infatti descritto un periodo tragico della storia d’Europa, dove l’uomo è riuscito a toccare uno dei gradini più bassi del proprio essere, mostrando fin dove può giungere l’aberrazione, la malvagità, quando gli uomini sono guidati da una presunta ragione piuttosto che dall’unico crietrio per il quale esiste la vita: la bellezza, il piacere, l’amore; ebbene queste musiche hanno trasposto la coscienza in una dimensione diversa, un’altrove che esiste ed è su questa terra: tutto quello che l’uomo può fare è bene, se solo lo voglia fare.


Pier Paolo Piscopo

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